Complesso di inferiorità: cos’è, quando nasce e come eliminarlo

by Pamela Bembi in Crescita personale0 Comments

Il complesso di inferiorità è un modo negativo di percepirsi, una forma di giudizio. Questa forma percettiva di sé, che lavora a svantaggio della persona (inferiore=che sta sotto), generalmente, provoca emozioni negative come insicurezza, ansia, frustrazione, inadeguatezza.

Proprio perché strettamente collegata alla percezione che la persona ha di sé, il complesso di inferiorità tocca l’aspetto dell’autostima, rendendola carente e/o instabile in base alle circostanze in cui essa si presenta (lavoro, vita sociale, sport).

Complesso di inferiorità: è davvero tutto da buttare?

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Come Mental Coach, riscopro ogni giorno il gusto del vero, della realtà tutta intera e credo sia una cosa fantastica che intendo trasferire in massima misura.

Questa ricerca del reale, concreto, è una delle poche ma più efficaci risorse da cui attingere per andare avanti nella vita con sicurezza.

Inizio con una piccola ma importante premessa: negativo o positivo, bello o brutto, sono accezioni che usiamo per delineare piuttosto qualcosa di strettamente personale come il risultato che vogliamo ottenere da una determinata cosa o situazione (se è favorevole o sfavorevole), se quello che vediamo è più o meno in linea con la nostra visione di vita.

Fatta questa breve premessa, credo che limitare il concetto di massima del complesso di inferiorità come strettamente “negativo” sia fuorviante.

Penso e constato, che ogni comportamento ha in serbo almeno due facce della stessa medaglia e riguardo al senso di inferiorità, vorrei mostrarti questo piccolo “perché” dato dal lato opposto della medaglia che molto probabilmente non è proprio così negativo in quanto ci rivela qualcosa di molto importante.

E se il complesso di inferiorità fosse spinto da un sano principio?

Credo fermamente nel potere creativo della vita, quel potere che ci permette di aspirare e sviluppare pienamente il nostro potenziale.

È un potere che per natura ci è stato donato e ci permette di mettere a frutto tutti i nostri talenti, le nostre più profonde ambizioni e di sentirci pienamente vivi, autorealizzati.

Quindi, proprio per guardare l’altra faccia della medaglia, quella “positiva” (se così possiamo chiamarla), probabilmente la nostra percezione di inferiorità non è altro che una ricerca di miglioramento, un voler spingerci oltre.

Solo che in questo caso potremmo dire: “Buona l’intenzione, ma scarsa l’azione” se poi ci costringe a star male a bloccarci fino a sentirsi inadeguati.

Alla fine, proprio il principio da cui potrebbe nascere questo giudizio negativo nei nostri confronti, perde il suo “perché” nell’evolversi e svilupparsi per cui, vediamo di comprendere meglio come arrivare al vero obiettivo: miglioramento di sé.

Senso di inferiorità: rispetto a cosa?

 

Tutto ciò che non sappiamo della nostra natura umana, mente compresa, finisce per controllarci.

Adler stesso, primo ricercatore sul senso di inferiorità nell’uomo, pensava che le verità psicologiche di base, dovrebbero diventare proprietà di ogni essere umano (cfr. Understanding Human Nature, 1954)

Per cui è il caso di mettere sempre una lente d’ingrandimento quando parliamo della nostra mente e delle nostre emozioni per capire meglio e sapere come muoverci con più sicurezza.

Ponendo, appunto, una lente d’ingrandimento sulla parola “inferiore” che equivale a dire “che sta sotto”, la prima domanda che viene spontanea porci è: rispetto a chi o cosa ti senti inferiore?

Quindi, quando parliamo di “senso di inferiorità”, in realtà, abbiamo un modello ben preciso con cui ci valutiamo, ci confrontiamo.

Per questo, la prima domanda da porci rende già il lavoro di comprensione leggermente più semplice, ma ovviamente non è tutto qua.

Un modello con cui confrontarci

Quando siamo piccoli, il nostro modello di riferimento sono le persone a noi più vicine come i nostri genitori, a mano a mano che cresciamo e sviluppiamo una nostra autonomia di pensiero, allarghiamo le nostre vedute affacciandoci al mondo.

Da qui in poi, arrivano le grandi “crisi” che ci permettono di sperimentare la vita da varie angolature fatte anche di responsabilità, condivisione, non approvazione, dolore, mettendoci in discussione continuamente.

Crescendo, ci troviamo davanti a persone che hanno sviluppato capacità e raggiunto obiettivi che molto probabilmente anche noi avremmo voluto ottenere (e magari senza sforzi, n’est-ce pas?)

Da qui, lo stimolo (modello) si dirama in due scelte più o meno consapevoli di valutazione: una ci porta verso la crescita e l’auto realizzazione, l’altra ci porta a svalutarci e a smettere di credere in noi stessi provando, in questo caso, un senso di inadeguatezza.

Emozioni e comprensione

Ogni emozione nasce come una reazione valutativa alla realtà che ci circonda.

Ogni cosa può essere oggetto di valutazione, quindi di pensiero: una canzone, un profumo, un luogo, una parola, un comportamento, un fatto che si sta compiendo, qualsiasi cosa.

Se proviamo a ipotizzare il secondo scenario visto prima, ossia, quello in cui vediamo una persona che ha raggiunto tanti obiettivi nella vita e ha grandi doti comunicative, logiche, mettici quello che vuoi, molto probabilmente il pensiero sarà: “Non ce la farò mai a essere come quella persona” oppure: “Non mi sento all’altezza” o ancora: “Non sono abbastanza…“.

Valutando quindi negativamente la situazione, quali emozioni negative potremmo trarre? Inadeguatezza, senso di inferiorità, ansia, paura, frustrazione.

Stessi pensieri che potrebbero nascere non solo confrontandoci con una persona ma anche con un luogo, una situazione. 

Tutte emozioni che rivelano la nostra insicurezza e ci limitano, ci bloccano nell’agire e nell’esprimere il nostro potenziale perché dettati dalla paura.

Ma, se provassimo a cambiare atteggiamento?

Davanti ad una persona che ha raggiunto un determinato risultato, potremmo approcciarci in un modo più costruttivo facendoci delle semplici domande che ci aiutano a capire la realtà.

Come ha fatto quella persona a raggiungere quegli obiettivi?

In termini di sacrificio, studio, energie, forze, quanto le è costato?

In che modo il suo lavoro, la sua costanza e la sua volontà possono offrire uno spunto al mio percorso?

In questo modo, si passa da un atteggiamento passivo e di blocco ad uno attivo e di opportunità e apertura.

Il vero obiettivo: dove poni la tua attenzione?

Ti ho da poco spiegato quanto sia importante ritrovare sempre l’altra faccia della medaglia in ogni cosa, anche in un atteggiamento e/o emozione di blocco come quello relativo al senso di inferiorità.

Abbiamo visto assieme come la spinta creatrice che è in noi, voglia naturalmente emergere tanto da sentire di voler migliorare in qualche modo.

Abbiamo visto anche come questa spinta al miglioramento potrebbe prendere una falsa piega cascando in uno degli errori dell’autostima che è quello del paragonarsi agli altri non come ricerca di miglioramento e confronto ma come svalutazione di noi stessi.

Ora è il caso di orientarci sull’importanza di conoscere se stessi fino in fondo per vivere felici e forti davanti ad ogni difficoltà.

In prima analisi, dobbiamo capire che migliorarsi vuol dire apprendere, divenire eterni scolari della vita, allenare la nostra volontà, la nostra costanza al miglioramento giorno dopo giorno.

Migliorarsi per farsi compagnia costantemente fino ad arrivare a riconoscersi davanti allo specchio in maniera ineguagliabile, comprensiva e amorevole.

Riconoscersi per comprendere di quale colore unico siamo fatti e rendersi conto che lo spazio nel mondo destinato a noi è solo ed esclusivo e può essere realizzato e compiuto solo attraverso un nostro costante “si” alla vita e alla nostra natura, unica, irripetibile, imperfetta.

Guardarsi per comprendere di quale pasta siamo fatti e cosa possiamo offrire a noi stessi e al mondo che ci circonda con la nostra unicità.

Alcune volte, nei percorsi di coaching, noto una cosa interessante: quando una persona impara a riscoprirsi, tanto è l’emozione positiva del momento che rischia di eccedere nel senso opposto riscattando un eccesso di autostima (o complesso di superiorità, usando il termine coniato da Adler).

In questo caso, è sempre utile far notare i processi di pensiero e valutazione della realtà proprio per stabilire un equilibrio sano che non sfoci in egoismo ma rimanga nel sano amor proprio.

Chiaramente come ogni cosa, anche questo diviene un processo che probabilmente non ha mai fine ma porta ad un risultato tangibile sin da subito: tu sei la tua casa, la tua sicurezza e il mondo che ti circonda ti aiuta a crescere ma non ti chiede di sostituirlo.

Per cui ti rendi conto di quanto i paragoni non ti servano e che al contrario, persone che ritieni (ora) più in gamba di te, possano offrirti degli spunti per sperimentare la vita con quanto ha da offrirti, oggi, nel tuo pezzo di mondo.

Ecco perché è necessario che il tuo sguardo sia costantemente orientato sulla tua strada e non su quella di qualcun altro: la vita attende che tu le risponda un sicuro “sì!” e cominci a fare un passo verso di te.

 

About

Pamela Bembi

Mental Coach specializzata in Indipendenza Emotiva.
Dopo un lungo percorso di formazione e crescita personale e professionale grazie a Giacomo Papasidero e la Scuola di Indipendenza Emotiva, ho scoperto e sperimentato quanto amare renda davvero felice ogni uomo.
Nata come contabile d'azienda, dopo venti anni di esperienza come impiegata amministrativa a contatto con vari contesti lavorativi, ho deciso di fare il grande salto dedicandomi al 100% in questo meraviglio lavoro.
Una delle gioie più grandi, è considerarmi uno strumento attraverso cui le persone possono guardarsi dentro e vedere di quale meraviglia siamo fatti, una gioia che si estende e si autoalimenta in ogni contesto: sociale, lavorativo, personale, familiare.

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