Quando muore una persona cara: quale senso dietro la sofferenza

by Pamela Bembi in Crescita personale0 Comments

Quando muore una persona cara ci sono tante porte dell’animo umano che si aprono.

L’argomento della morte mi pone davanti alla grande sfida del mistero della vita toccando uno dei temi più antichi al mondo.

Filosofi, religiosi, scienziati, studiosi di ogni materia e disciplina hanno fatto di questo tema uno degli argomenti più centrali del perché dell’esistenza, del ciclo di inizio e fine di ogni essere vivente.

Fino ad oggi ho sempre pensato che scrivere fosse un modo per lasciare immutabile un pensiero, e che lo stesso, possa viaggiare nel tempo e nello spazio rimanendo tale e quale.

Ma mi sbagliavo.

Mi rendo conto che i miei pensieri sono l’attimo di vita e di luce che colgo in un dato momento, seppur breve, della mia vita.

E per questo, anch’esso, è legato proprio al concetto di impermanenza, di cambiamento.

Credo che ciò sia possibile perché i pensieri viaggiano con le nostre esperienze, con i nostri vissuti emotivi, le nostre riflessioni, che attimo per attimo si evolvono e prendono forme, colori, suoni e sapori diversi.

Ed è così che diventano qualcosa di nuovo, in ogni istante.

Me li immagino come “la composta dell’anima“.

Facciamo esperienza in modo personale in ogni situazione: pensieri, emozioni, visioni.

Così, si “accumulano” nella nostra persona come si fa con i gusci d’uovo, i fondi di caffè e le ossa di bistecca avanzate il giorno prima, per ritrovare, con il tempo, e la giusta direzione, terriccio fertile, azoto e calore.

È da questa composta dell’anima che nasce questo mio articolo.

 

La perdita di una persona cara porta con sé un significato più profondo

Mi trovo in questo momento a voler riflettere sulla morte, nello specifico, la morte di una persona cara.

Voglio evitare che questa mia impermanenza di pensieri, faccia scappare, scivolare e far sfuggire quanto nella mia mente c’è ora, tanto da sentire una forte emozione dentro.

Una forte emozione di gratitudine.

Nella mia vita, ho fatto due esperienze diverse con la morte (o perdita) di una persona cara, anzi, tre.

Una, è stata una morte improvvisa.

In un caldo pomeriggio di novembre, mi giunge notizia che il mio papà viene colto all’improvviso da un mezzo agricolo che attraversava distrattamente la strada che lui percorreva.

Mio padre era in moto, dicono, falciato quasi in due dalla violenza dell’impatto, trovato disteso, senza vita sull’asfalto a metri di distanza dall’incidente.

Un’altra morte importante per la mia vita, è stata quella del mio nonno materno, un secondo padre per me.

Gravemente ammalato di tumore, l’ho visto soffrire tanto nelle sue ultime giornate di vita su questa terra.

Vigile e lucido fino all’ultimo momento, non si capacitava di quanto gli stesse accadendo.

E poi arriva la terza, l’ultima e la più recente.

Forse la somma alternativa delle prime due: la morte di un mio carissimo e giovanissimo cognato, a soli 40 anni.

Morto di tumore anche lui, le cui speranze di guarigione negli ultimi mesi si erano annullate, azzerate.

Dicono che quando sai in anticipo che una persona, o meglio, un corpo dovrà morire, si è più preparati.

Personalmente, per quanto si possa essere, ho sperimentato che in fondo, c’era una parte di me che era ricca di speranza e, preparata fino in fondo, non lo ero per davvero.

E quella parte di me forse non si sbagliava quando ho pensato a ciò che sto per scriverti.

 

Come si reagisce alla morte? Davvero siamo tutti uguali?

Perdita di una persona cara - sagome colorate

Sono passati anni dal secondo lutto, e in tutto questo tempo sono cresciuta, tanto.

Sono diventata una donna forte, sicura, felice grazie alla Scuola di Indipendenza Emotiva.

E per questo che ho scelto di essere un Mental Coach per la stessa scuola.

Perché ora so che ogni esperienza è possibile, nel bene e nel male.

Come la “composta dell’anima” di cui ti parlavo.

Posso scegliere se di ogni esperienza voglio farne terreno fertile, oppure, gettare ogni cosa nel cassonetto dei rifiuti lasciando che con il tempo vengano bruciati.

E poi, ricominciare. Stessa sofferenza, stessa mancanza di senso.

Ogni momento vissuto in questa mia ultima esperienza, è stata caratterizzata dal pormi costantemente questa domanda: “Pamela, a cosa stai pensando, ora?

E così ho avuto la riprova, osservando me e le reazioni simili ma molto diverse di ogni persona presente in quei momenti, che:

  • Nessuna emozione è giusta o sbagliata. E che in virtù di questo
  • Ognuno vive di un colore diverso il proprio dolore.

Nella partecipazione profusa di tante persone, mi è rimasta impressa l’esternazione di una signora che, avvicinandosi a mia cognata gli dice qualcosa come: “Lui ha smesso di soffrire, si. Ma ora soffriamo noi!”.

E così ho pensato due cose al riguardo:

  1. Possiamo sempre scegliere come vivere ciò che viviamo
  2. Possiamo sempre scegliere cosa guardare di ciò che viviamo: l’io o il noi.

E se vogliamo, la frase “possiamo sempre scegliere dove e cosa guardare” può essere un motto attraverso il quale accendere quella scintilla che illumina l’oscurità.

 

Come superare il dolore di un lutto?

Leggo le parole di un saggio maestro buddhista, C. T. Rinpoche:

“Dobbiamo continuare ad aprirci anche di fronte alla più tremenda opposizione. Nessuno ci incoraggerà mai ad aprirci, e nonostante questo dobbiamo continuare a sbucciare gli strati che ricoprono il nostro cuore”

Ecco, prendendo in mano un argomento così delicato, come quello della morte, credo che “sbucciare gli strati” per “aprirci nonostante l’opposizione” sia necessario.

Ma quali sono questi strati?

Parto da un pensiero che condivido da un po’ e che per me è metaforicamente molto significativo.

La vita me la immagino come una linea su un foglio.

Magari, sarà più o meno dritta sulla base delle esperienze e le scelte che uno fa.

In virtù del lavoro che svolgo, entrando in contatto con tante persone, noto che c’è chi davanti alla stessa opportunità – tempo – non reagisce allo stesso modo.

  • C’è chi si rende conto di ciò che è in suo potere fare e chiede supporto per farlo al meglio, ogni giorno.
  • C’è chi si lascia andare, in balìa degli eventi e del tempo stesso.

Credo che si possa vedere come ognuno sperimenti di ragionare il proprio tempo in “lunghezza” (quanti anni ho da vivere) oppure, in “larghezza” dando un significato ed un senso ad ogni istante che si vive.

Allargando le maglie del tempo per viverne le trame e gli intrecci al suo interno, in prima linea.

Dunque la vita, secondo me, può essere rappresentata come una linea continua, rettilinea o curvilinea sul foglio dell’esistenza.

Ed è così, che la morte prematura di mio cognato, mi ha fatto riflettere non solo ad uno di quei famosi strati che ricoprono il cuore chiamato attaccamento, ma anche alla linea sul foglio.

Di per sé, una linea può essere più o meno lunga come più o meno lunghi sono gli anni che abbiamo da vivere.

Ma, se provassimo a ingrandire con un microscopio sempre di più un particolare della linea, ci renderemmo conto che essa è costituita di tanti, tantissimi punti.
Uno, legato all’altro.

E dunque, cos’è la vita, la nostra linea, se non un insieme di tanti, tantissimi, innumerevoli istanti (o punti)?

Questo particolare, mi consente di cambiare prospettiva anche sulla stessa situazione, ossia, la morte di una persona cara, spostandomi verso un senso di forte gratitudine per tutti quegli istanti della sua vita condivisi con me e la mia famiglia.

 

Cosa succede dopo la morte di una persona?

Cosa succede dopo la morte di una persona? - roseto

Ed ecco che ciò di cui ti ho appena parlato, mi porta a fare un’altra riflessione:

Davvero l’ultimo punto di quella linea, segna la fine di tutto?

Io non credo.

E lo so per certo perché, così come scrivo nel mio articolo sul tema “lasciar andare” (se non lo hai letto, ti invito a farlo), ogni incontro rappresenta una modalità, un’occasione, un’opportunità per crescere e arricchirmi.

Per me che ricevo, e per chi dona, anche senza rendersene conto.

E cosa vedo oltre quel “punto finale” della linea?

Vedo, per citare le parole di Antoine de Saint-Excupéry ne “Il Piccolo Principe”, ciò che è essenziale ma invisibile agli occhi.

  • Vedo l’amore che ha donato attraverso i suoi sorrisi,
  • la sua giocosità,
  • la sua disponibilità,
  • il suo donarsi a tutte le persone che hanno avuto l’onore di conoscerlo, compresa me.

Sono cristiana, credo nella vita eterna presente in ognuno di noi ma, quantunque non credessi, vedrei comunque la sua immortalità, la sua forma di eternità, nel ricordo di amore che risiede in ogni cuore che l’ha voluto accogliere.

Questo è il miracolo dell’amore, il miracolo dell’esistenza.

Riuscire a vedere “oltre” il visibile per rendere concreto, reale e non meno importante, qualcosa che si sente e non si vede, ma c’è.

Questo mi porta a fare un’ultima considerazione o riflessione importante:

Io, di ogni istante, di ogni puntino della linea della mia vita, cosa ne faccio? Come lo allargo, come lo riempio?

In questo momento un’altro strato “duro”  del mio cuore cade, come il petalo di una rosa ingiallito, per lasciare spazio al seme che c’è dentro e che porterà altri fiori.

Davvero lo vedo, la morte non è mai la fine.

Fare spazio all’amore vuol dire accettare, accogliere e solo dopo, partorire la nostra profonda unicità per far sì che la nostra vita sia un dono per noi stessi e per gli altri, per l’eternità.

Grazie, Giò!

About

Pamela Bembi

Mental Coach specializzata in Indipendenza Emotiva.
Dopo un lungo percorso di formazione e crescita personale e professionale grazie a Giacomo Papasidero e la Scuola di Indipendenza Emotiva, ho scoperto e sperimentato quanto amare renda davvero felice ogni uomo.
Nata come contabile d'azienda, dopo venti anni di esperienza come impiegata amministrativa a contatto con vari contesti lavorativi, ho deciso di fare il grande salto dedicandomi al 100% in questo meraviglio lavoro.
Una delle gioie più grandi, è considerarmi uno strumento attraverso cui le persone possono guardarsi dentro e vedere di quale meraviglia siamo fatti, una gioia che si estende e si autoalimenta in ogni contesto: sociale, lavorativo, personale, familiare.

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